Progetto Cicero

Annottava. Il tavolo del portico era stato sparecchiato, le ceste sigillate, l’acqua del pozzo preparata per la notte in grandi orci ai lati del muro, le stoviglie ed i catini lavati,il cortile spazzato.
Maria di Magdala rientrò in casa e chiuse la porta.
La lucerna diffondeva un alone rosato nella stanza ma gli angoli erano oscuri e azzurri, il limpido chiarore della luna penetrava dalla finestra.
L’alcova era stata preparata per la notte, ma le due donne indugiavano ancora a parlare.
Poi, la più vecchia rise piano nell’ombra. Silenzio. Mentre l’altra l’aiutava a svestirsi, riprese il discorso interrotto.
Mormorava come se parlasse da sola e la sua voce, un po’ querula, sembrava non avere la sua età: era bassa ma esile e limpida nel timbro, a intervalli si stemperava in toni più caldi e diveniva sognante.
“Capisci? Mi sorrideva a tratti, impercettibilmente distoglieva lo sguardo da quei vecchi leoni corrucciati e tornava a sorridermi come divertito, quasi volesse dirmi che era tutto uno scherzo, infine, una delle sue antiche marachelle, che non c’era da preoccuparsi, però.
E, nel sorridermi, continuava a parlare e diceva cose incredibili, difficili, cose immense che non riuscivo a comprendere. Ma quelli lo ascoltavano attenti e tacevano come increduli ed io, incredula, li osservavo tacere ed agitare le teste barbute come grossi serpenti ammaliati da un incantatore babilonese.
Ma poi, quando alla fine venne via e, nel mormorio crescente della folla, mi si avvicinò, non sorrideva più; era serio, quasi malinconico, ed alle mie poche, vaghe parole di rimprovero non rispose: sembrava stanco e infinitamente lontano.
Così divenni insistente e m’impuntai. Avrei voluto un’ammissione di colpa, era abbastanza grande ormai, e doveva capire che da per tutto l’avevamo cercato e che il cuore mi si era quasi schiantato dal timore di una disgrazia.
E poi, ritrovarlo così… diverso, lontano e come irraggiungibile per me e, per la prima volta sentirlo parlare da uomo ad uomini fatti e di tutto rispetto.
Questo non lo potevo accettare. Ero confusa ed irritata. Sbagliai certo, ma avevo avuto paura ed ancora ne avevo, anche se diversa e più sottile: paura dell’ignoto e del futuro, di me e di lui. Non poteva cambiarmi così tra le mani e persino sorridermi con quella sua aria da bambino e non rispondermi ma annuire stancamente col capo.
Così volli le sue scuse e le ottenni. Lo perdonai subito e ci abbracciammo. Avevo un nodo alla gola.
Giuseppe al solito suo, non interveniva direttamente ma si sentiva che era ancora spaventato e quasi sbalordito e non sapeva che dire.
“Fai il bravo ragazzo” si risolse alla fine e gli premette una mano sulla spalla.
Quella sera cenammo in silenzio, un silenzio denso di parole non dette. L’indomani si ritornava a casa.
Si alzò vento forte. Corsi fuori a ritirare i nostri panni stesi e guardai in alto nel cielo: nuvole cupe correvano sopra di me e si addensavano a mucchi. qualche stella si intravedeva più in alto, lontana e indifferente.
Cosa significava tutto ciò e il cielo, grande, sopra di noi, quel cielo immoto prima della tempesta che non sarebbe tardata? Quando rientrai, lui aiutava a sparecchiare mentre Giuseppe già ringraziava gli ospiti e prendeva commiato,
Andammo a letto e pensammo a lungo prima di addormentarci. Capisci? Ciascuno di noi pensava a quel che era successo ed intuiva lo stesso pensiero negli altri e taceva, ascoltando il vento e la tempesta.
Piovve tutta la notte. Anni dopo, ripensando in un lampo di coscienza a quelle ore lontane, capii che era stato, allora, come oltrepassare una porta, tra un “prima” e un ”dopo”, tra la tranquilla vita di famiglia che avevamo condotto fino a quel momento e l’ignoto che ci sarebbe caduto addosso in seguito, lungo una strada che lì si apriva e, da lì, mi avrebbe condotta a rannicchiarmi sotto la sua croce senza più lacrime, sola col mio pensiero attonito ad aspettare la sua morte.
Le stelle sopra di noi sembravano ora guardarci, non erano indifferenti come mi erano apparse quella notte lontana. Le stelle sopra di noi.
Alzavo la testa, tentando di sentire la voce delle stelle, la musica eterea che le stelle suonano, così come mi avevano spiegato da bambina, e che solo alcuni talvolta riescono a percepire. Ecco, ora ascoltavo le stelle.
Giuseppe, Giuseppe al quale tutto questo almeno era stato risparmiato, era forse lassù su qualche stella e suonava per noi? Il cielo greve si avvicinava alla terra ed era ormai notte. Un brivido mi sfiorò la pelle e poi, nel silenzio, il tuono.
E nuvole, nuvole improvvise, veloci sopra di noi a nascondere il cielo!
Scoppiava una tempesta e poco prima tutto era silenzio. Ancora una tempesta irrompeva come quella notte lontana.
Lo guardai allora e ancora tornai a guardarlo tra le lacrime che di nuovo sgorgavano a velarmi lo sguardo: era morto.”
“Basta”- disse l’altra Maria –
“Basta pensare, non ricordare più per stanotte. Adesso dormi, dormiamo: le stelle sono alte nel cielo.”

Tag: madre, maria, stelle

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